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Fatta a pezzi e data in pasto ai cinghiali

Sono di una nordafricana di 46 anni, regolare in Italia e che abitava a Verona guadagnandosi da vivere con

lavori saltuari, i resti del cadavere trovato a pezzi il 30 dicembre a Valeggio sul Mincio, in provincia di Verona. La conferma è arrivata lunedì pomeriggio dal sindaco Angelo Tosoni: «I carabinieri non dicono nulla, ma da quanto ho saputo la vittima è una marocchina». L’identificazione è arrivata grazie alle impronte digitali rilevate dal medico legale che domenica ha eseguito l’autopsia. Tra le altre cose, dovrà chiarire come la donna sia stata uccisa. Una ricostruzione difficile, perché, subito dopo il delitto, l’assassino ha smembrato il cadavere in almeno una dozzina di pezzi: tagli netti, fatti probabilmente con un mezzo meccanico, forse una sega a motore.

 Negli ultimi tre giorni i carabinieri del reparto operativo di Verona e della Compagnia di Peschiera hanno lavorato senza sosta, mantenendo il massimo riserbo. Fino alla svolta, che ha permesso di dare finalmente un nome alla vittima. Sono ore decisive: si passano al setaccio le frequentazioni della donna - partendo dalle persone che le stavano più vicine - per arrivare a dare un volto al killer. Il mistero di Valeggio ha preso le mosse sabato pomeriggio, quando una residente della zona, Cinzia Zara, ha rinvenuto casualmente i resti a Corte Gardoni, una località immersa tra boschi e vitigni a una manciata di chilometri dai mulini di Borghetto, una delle mete turistiche più frequentate della provincia di Verona. Il corpo era stato tagliato a pezzi, sparsi su un fazzoletto di terra in cima a un crinale al quale si accede percorrendo un breve sentiero collegato alla strada. Una macabra massa in scena, con le parti sezionate sparse a semicerchio in un raggio di quattro metri. La testa era intatta e non sembra mancare alcuna parte del corpo.

 L’assenza di sangue fa ritenere che l’omicidio sia avvenuto altrove, così come la sezione del cadavere, operazione piuttosto complessa che riporta la memoria alla scia di sangue che si lasciò alle spalle Gianfranco Stevanin. Ma se il serial killer di Terrazzo seppelliva le sue vittime nei campi, l’assassino della marocchina potrebbe aver studiato un piano più ingegnoso: a poche centinaia di metri sorge una base militare abbandonata, divenuta la tana di molti cinghiali. E forse sperava che fossero proprio gli animali a far sparire per sempre il cadavere. Se così fosse, è probabile che l’omicida conoscesse molto bene la zona scelta per sbarazzarsi del corpo. Stando ad alcune delle testimonianze raccolte, venerdì non c’era alcuna traccia dei resti. Questo significa che l’assassino ha agito tra la notte del 29 dicembre e il primo pomeriggio del giorno successivo. Per trasportare quella dozzina di resti umani si è servito di un sacchetto di nylon azzurro e di una sacca da palestra di colore blu all’interno della quale sono stati rinvenuti dei pezzi di stoffa, che probabilmente servivano ad avvolgere il contenuto.

 La vittima era stata spogliata: gli unici indumenti ritrovati a Valeggio sono un paio di slip a righe rosse e blu e dei calzini bianchi. Nient’altro. Ma è proprio da qui che si partirà per cercare eventuali tracce lasciate dal killer. Serviranno alcuni giorni, invece, per ultimare le indagini tecniche, comprese quelle che, eventualmente, potrebbero interessare i cellulari che hanno «agganciato» le celle telefoniche della zona nelle ore antecedenti al ritrovamento del corpo. La marocchina era incensurata e viveva in Italia da diversi anni. Separata da uno straniero, finora non sono emersi elementi che portino a inserirla in ambienti pericolosi o equivoci. Un mistero alla cui soluzione lavorano anche gli specialisti del Ris di Parma. E la svolta pare davvero vicina. (Corriere.it)

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