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Bracciante polacco devasta il reparto. Ucciso un paziente, infermieri feriti

Nascosto in fondo al corridoio del reparto, al buio e rannicchiato, muto.

auto2 350(Da Corriere.it) Ma non appena si è rimesso in piedi iniziando a roteare in aria un estintore, i carabinieri hanno capito che si trattava di una belva di 120 chili fuori controllo. Una belva che, sabato notte all’ospedale di Legnago, ha lasciato dietro di sé una lunga scia di sangue e terrore. E di morte. È accusato infatti dell’omicidio di Francesco Cevoloni, ex artigiano di Cerea di 52 anni ricoverato in Rianimazione dell’ospedale «Mater Salutis», il bracciante polacco arrestato alla vigilia di Pasqua. Saranno le indagini a chiarire cosa abbia scatenato la violenza incontrollabile di Tomasz Piotr Madula, stagionale di 35 anni giunto tre giorni prima dalla Polonia per lavorare nei campi di Nogara.

In ospedale era arrivato lo scorso Sabato pomeriggio su un’ambulanza. La moglie dell’imprenditore agricolo che lo aveva assunto per la raccolta delle fragole l’aveva trovato riverso in una pozza di sangue nel capannone utilizzato come ripostiglio. Ferite da taglio sui polsi e alla gola, ma Madula respirava ancora e i soccorritori, dopo averlo intubato e sedato, l’hanno portato al polo di Legnago, dove è stato ricoverato in Rianimazione. I carabinieri hanno accertato che si era trattato di un gesto autolesionistico, ma la causa ancora non si conosce. Sarà invece compito delle indagini coordinate dal pm Federica Ormanni a chiarire cosa abbia indotto il bracciante a uccidere. L’incubo è iniziato alle 23.30 di Sabato, quando una dottoressa e due infermieri si sono avvicinati al suo letto, in Rianimazione. Mentre gli stavano sistemando le flebo, lui si è seduto e ha incominciato a dimenarsi. In una frazione di secondo si è alzato in piedi e ha tentato di strapparsi cannule e tubi ai quali era collegato. La dottoressa e i due infermieri (una donna e un uomo) hanno tentato di bloccarlo e rimetterlo sdraiato, ma il paziente è diventato sempre più violento.

L’infermiere ha provato ad affrontarlo, ma si è ritrovato con la catenina strappata dal collo e scaraventato a distanza con una manata. Madula ha agguantato un paio di forbici e si è lanciato contro l’infermiere che, pur schivando il colpo, è scivolato battendo una spalla. Terrorizzati, i tre hanno chiamato aiuto e dal Pronto soccorso sono saliti in Rianimazione altri infermieri e la guardia giurata in servizio. Il bracciante, che perdeva sangue dai polsi e dalle altre ferite che si era inferto, li ha affrontati brandendo un estintore e ferendo altre due persone. In attesa dei carabinieri, medici e infermieri si sono barricati in bagno e intanto Madula, in preda ai deliri, prima ha spento tutte le luci e poi ha iniziato a cercarli, spostandosi da una stanza all’altra, come testimoniato dalle tracce di sangue lasciate dietro di sé e dai due coltelli prelevati dal punto cottura e poi trovati in un sacco delle immondizie. In meno di dieci minuti la prima pattuglia del Radiomobile ha raggiunto l’ospedale.

I due militari hanno intravisto un’ombra rannicchiata nel corridoio esterno e hanno disarmato Madula. Una volta immobilizzato su un lettino, è stata riaccesa l’illuminazione e i carabinieri hanno scoperto che il paziente ricoverato nella stanza insieme al bracciante polacco era morto. Era stato Madula, rimasto solo al buio, a staccare con una manata tutti i tubi e le flebo che tenevano in vita Francesco Cevoloni. Il pm Ormanni ha disposto l’arresto per omicidio, tentato omicidio e danneggiamento nei confronti di Madula, ora piantonato nel reparto di Psichiatria dalla polizia penitenziaria in attesa della convalida. Anche l’Usl 9 ha aperto un’indagine interna mentre la Regione stamattina invierà gli ispettori al «Mater Salutis» per «fare chiarezza».

«Quel che è successo è gravissimo — dice l’assessore alla Sanità, Luca Coletto — non è ammissibile che un paziente venga ucciso nella struttura a cui si era rivolto per essere curato. Un fatto del genere non doveva accadere e non si dovrà mai più ripetere». «Chiedo giustizia — invoca Cristina, la sorella della vittima — devono dirmi perché l’11 marzo mio fratello è entrato in Neurologia con le sue gambe e 5 settimane dopo è morto ammazzato in Rianimazione. Non era un malato terminale, era grave ma non stava certo morendo». (Corriere.it)

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